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In Israele è tornato a scorrere il sangue. Tre attentati nella stessa mattinata: due contro autobus nei pressi di Eilat, località turistica sul Mar Rosso. Poco prima alcune mine erano state fatte esplodere al passaggio di alcuni militari israeliani. Sette i civili israeliani morti nel secondo attacco agli autobus, 7 gli attentatori uccisi nel successivo scontro a fuoco con i militari israeliani. I feriti sarebbero almeno una trentina.
Secondo funzionari dell'intelligence egiziana, le cellule estremiste starebbero sfruttando il calo delle misure di sicurezza dopo la caduta del presidente Hosni Mubarak avvenuta a febbraio.
Con la cosidetta primavera araba che di democratico e rivoluzionario non ha proprio nulla se non il vecchio concetto di panarabismo, rischia di trascinare tutta la regione nel medioevo islamico in cui da tempo sono sprofondati Iran, Yemen e Somalia, col chiaro intento di incolpare Israele dei problemi economici e sociali interni alle neonate repubbliche arabe del Mediterraneo.
"Trent’anni fa, trattando dei sommovimenti che colpivano l’ampia area dal Libano fino al Golfo Persico, scrivevamo sulle pagine di questo giornale che la prospettiva di una “nazione araba”, spesso avanzata da tante parti, si risolveva in verità in un pulviscolo di entità statali, divise da insanabili antagonismi d’interessi, sui quali giocavano per giunta i più vasti interessi e antagonismi delle contese inter-imperialistiche mondiali; e che il solo terreno possibile d’intesa tra queste entità statali era costituito dal sacro orrore per la plebaglia dei diseredati, dei senza-terra, dei senza-riserve, perché la disseminazione di questi ultimi in tutto il Medio Oriente racchiudeva minacce di tensioni ed esplosioni sociali.
Forse sarebbe più corretto parlare di panislamismo. Gli arabi delle conquiste, etnicamente e linguisticamente simili ma divisi in tribù, si uniscono sotto le bandiere dell'islam in una "nazione islamica", non araba e, seppure affermando il primato della lingua araba in quanto lingua del Corano, quegli arabi dei primordi agiscono con lo scopo di creare un'e--gemonia islamica. Qualunque storico dell'islam osserverebbe, fra l'altro, che nei secoli successivi all'epoca delle conquiste l'identità araba si "diluisce" in quella islamica (due esempi fra i tanti: anche molto prima della nascita dell'impero ottomano, furono élite di provenienza turca a dominare l'Egitto; fu un curdo, Saladino, a guidare la riconquista di Gerusalemme nel periodo delle crociate). Il nazionalismo arabo, dunque, è una dottrina moderna che non trova paralleli nella storia pre-coloniale, contraddistinta da una tendenza verso l'integrazione di elementi etnico-linguistici diversi.
L'educazione tradizionale, imperniata sulle scuole coraniche, segna il passo a favore di un modello di educazione gestita dallo Stato, e generazioni di arabi studiano la storia e la geografia nazionalista panaraba, immaginando un mondo in cui un solo Stato unisce i territori che vanno dal Marocco all'Iraq.
Ma poi il mito svanisce. Questi indottrinati panarabi, che hanno imparato con le buone a vivere in uno Stato moderno e con le cattive a osannare i propri leader, vedono crollare i loro punti di riferimento. Nasce e muore la Repubblica Araba Unita (Egitto e Siria), il "sogno" del presidente egiziano Nasser, che nazionalizzava il canale di Suez a spese delle potenze europee, diviene in breve un incubo. La Lega Araba (1945) nella cui Carta costitutiva si legge (cap. 2): "Lo scopo della Lega Araba è di rafforzare le relazioni fra stati membri, coordinare le loro politiche così da raggiungere la cooperazione fra essi e salvaguardare la loro indipendenza e sovranità (...)", si divide in tutte le occasioni importanti (fra tutte la questione palestinese), si rivela ininfluente, inefficace, inutile e infine viene sepolta sotto le macerie del Muro di Berlino e del mondo bipolare. Parallelamente i panarabi assistono al declino "morale" dei loro leader: l'Egitto, l'Arabia Saudita, il Kuwait, gli Emirati del Golfo hanno messo sotto le scarpe l'"orgoglio arabo", si sono venduti. Fra i "titolari" - "puri" o meno non importa - del panarabismo figurano ormai quasi solo Siria e Iraq, ovvero due "Stati-canaglia", almeno dal punto di vista americano. Nel contempo avanza l'ondata islamista, a cui leader nazionalisti come il presidente egiziano Husni Mubarak fanno importanti e compromissiorie concessioni, regalando ad essa - in seguito a una politica di repressione delle voci democratiche in quei paesi - la posizione di unico soggetto oppositivo ai regimi dittatoriali, ed ecco che il gioco è fatto: gli "arabi" sembrano non esistere più.
Ma proprio quando si insinua l'idea che "l'unità araba", il panarabismo, l'arabità come elemento di identità di un popolo sia da mettere definitivamente nel cassetto della roba vecchia e inutile, che si debba dimenticare il nazionalismo arabo in questo nuovo mondo ordinato, bollandolo come un residuo del passato, vediamo che riappare nei panni di cinquemila terrorizzanti "volontari", alcuni dei quali disposti a suicidarsi per il sanguinario dittatore iracheno.
L'identità araba non è morta nonostante il collasso del nazionalismo panarabo ideologico e politico. E non parliamo del già di per sé importante legame della lingua comune, ma di quel lavorio ormai secolare messo in atto non solo dalle istituzioni panarabe a livello dell'interdipendenza sociale, economica e culturale. Pur escludendo le diaspore, anche quelle di grandissime dimensioni come quella palestinese, gli arabi sono mobili nello "spazio arabo" così come noi siamo mobili in quello europeo. Migliaia di famiglie hanno un loro caro in uno stato arabo diverso da quello in cui vivono. Migliaia di arabi vanno ogni anno a lavorare nei paesi arabi più ricchi, cioè nel Golfo (si ricordino in particolare quei disgraziati palestinesi, lavoratori-schiavi al soldo degli sceicchi kuwaitiani, massacrati all'indomani della "riconquista" americana per aver accolto con manifestazioni di giubilo le truppe di invasione di Saddam Hussein) così come noi italiani siamo andati, e continuiamo ad andare, in nord Europa o negli Stati Uniti. I matrimoni fra persone appartenenti a diversi stati sono all'ordine del giorno. Milioni di arabi, per decenni, hanno visto una televisione panaraba, molto meno sul piano dell'informazione giornalistica (Al Jazira ed omologhi sono tutto sommato fenomeni recenti) che non su quello della produzione di "fiction" o "entertainment" (il ruolo maggiore lo ha ricoperto la Tv nazionale egiziana). Si pensi, sul piano della cultura, alle fiere del libro del Cairo o di Beirut, che ogni anno ospitano autori ed editori provenienti da tutti i paesi arabi, si pensi alla letteratura, al teatro, alle istituzioni accademiche, all'arte in genere e alla musica. Non è questo un artificio politico, né un'ideologia tardo-romantica, scarto dell'Occidente, bensì una parte consistente del vissuto quotidiano di un popolo, fatto di gesti normali di milioni di singoli individui. Si tratta di un'entità, una identità, che in questi giorni si è mossa nel campo politico, rivendicando il diritto ad un proprio spazio di visibilità. "
Approfondimenti:
http://www.ilfoglio.it/soloqui/10060
http://www.mtvnews.it/news/esteri/attacco-ad-israele-14-morti-e-25-feriti-ad-eilat/
http://www.youtube.com/watch?v=nrYkxjA-5uI&feature=player_embedded
http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-5aab4c6c-f13d-46de-ba6c-b54eebc8db5a.html
http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2008/5/7/L-attacco-a-Israele-Frutto-di-una-cultura-nichilista-che-esclude-il-senso-religioso-dalla-societa/1927/
http://www.libero-news.it/news/804620/Attacco-terroristico-a-Israele-frutto-della-Primavera-Araba.html
Fonti:
http://www.ilfoglio.it
http://www.libero-news.it/
http://www.mtvnews.it/news/esteri
http://www.ilsussidiario.net/
tg1 on line e youtube
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