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Aggiornamento: da quando questo articolo è stato scritto, la situazione si è ulteriormente evoluta, con il colpo di stato militare in Egitto che ha deposto il presidente Mubarak. Vittoria della democrazia o grossa occasione per gli estremisti islamici?
Per il momento l'occidente è rimasto a guardare, ma prima o poi scopriremo cosa cambierà nei rapporti con questi paesi. Nel frattempo, a Lampedusa è scoppiata una nuova emergenza umanitaria legata ai disordini delle ultime settimane.

Il Mediterraneo, in queste ultime settimane, è divenuto scenario di rivolte. Nei principali paesi arabi "moderati" si sono verificati scontri e proteste che hanno causato la morte di decine di persone. In Tunisia, con la "rivoluzione dei gelsomini" è stato cacciato il Presidente dittatore Ben Ali, al potere da piu di ventanni. Anche in Egitto vi sono scontri duri, in Marocco la tensione è alta. Un effetto domino che si è esteso ad altri paesi del mondo arabo, come la Giordania, e della vicina europa, come l’Albania. In Libano si manifesta contro il nuovo governo filo-hezbollah. Proteste anche in Giordania e in Libia. Le vere polveriere restano però Algeria ed Egitto, senza contare il caos in Libano, pronto ad esplodere per causa di hezbollah.
Ma procediamo con ordine. Come si è arrivati alla fuga del Presidente dittatore Ben Alì? Le proteste contro la disoccupazione e la corruzione del governo erano iniziate il 17 dicembre dopo che un giovane venditore ambulante si era dato fuoco per contestare il sequestro della sua merce: dopo di lui almeno altre cinque persone si sono date fuoco. Secondo la versione ufficiale, che ha parlato solo di pochi morti negli scontri, si è trattato di «legittima difesa da parte delle forze dell’ordine intervenute per difendere alcuni edifici governativi». Lunedì sera il presidente Ben Ali, durante un primo discorso alla nazione trasmesso dalla televisione di stato, aveva promesso
che avrebbe creato 300mila nuovi posti di lavoro. Ma la rivolta ormai era già esplosa — anche grazie al passaparola sui social network — e martedì era arrivata per la prima volta anche nella capitale. La fine del regime dittatoriale di Ben Ali sta squassando il paese nordafricano. Le rivolte nelle strade, nelle piazze e nelle carceri sono continue e al momento non riescono ad essere fermate, per l’evidente vuoto di potere creatosi nel Paese nordafricano e per la lotta fratricida creatasi all’interno delle istituzioni. Su invito del premier Mohammad Ghannouci, la gente ha cominciato ad organizzarsi da sola per difendersi dalla bande di vandali e saccheggiatori che ormai attaccano centri commerciali, residenze private, negozi ed abitazioni. Una rivolta organizzata dai fedelissimi del vecchio regime, che hanno deciso di far precipitare nel più completo caos il Paese, in piena crisi istituzionale e con una situazione sociale sempre più drammatica. La situazione di caos è stata simboleggiata dalla doppia sostituzione del Capo dello Stato dopo la fuga di Ben Ali. Ieri la carica di presidente ad interim era stata affidata al primo ministro Mohammed Ghannouchi, con la motivazione che esisteva una "temporanea impossibilità" del presidente a svolgere il proprio mandato. Ieri la carica di presidente ad interim era stata affidata al primo ministro Mohammed Ghannouchi, con la motivazione che esisteva una "temporanea impossibilità" del presidente a svolgere il proprio mandato. Oggi il presidente del consiglio costituzionale ha definito invece vacante la carica di presidente della Repubblica, conferendo poi l’incarico al presidente del Parlamento tunisino Fouad el-Mabzaa. A spingere per il caos sono stati anche uomini della vecchia guardia di Ben Ali, che hanno scientemente organizzato e incitato alle violenze e ai saccheggi, anche pagandoli, bande di giovani. Per aver dato ordini in tal senso e’ stato infatti arrestato il consigliere per la sicurezza del presidente fuggito ieri a Gedda, Ali Seriati. Le celle del carcere di Madhia, localita’ turistica sulla costa, sarebbero state aperte proprie dal personale, e nella fuga cinque detenuti sono stati uccisi. Un altro segnale, questo, di come si sia aperto un nuovo fronte interno al Paese: non piu’ quello che in questi giorni ha diviso i sostenitori e gli oppositori del vecchio regime, ma quello tra i fedeli di Ben Ali ed i fedeli alle istituzioni nelle file delle forze dell’ordine. La esplosiva situazione politica e sociale della Tunisia sta inquietando i Paesi confinanti. Le piazze e l’opinione pubblica arabe acclamano ‘la caduta del dittatore’ Ben Ali per 23 anni sostenuto dagli Stati Uniti e denunciano ‘il fallimento del modello tunisino, democratico solo in apparenza’, mentre tutti i governanti arabi, alcuni dei quali al potere da prima del rais di Tunisi, sono finora rimasti in un imbarazzato silenzio, lasciando alle cancellerie dei propri Paesi il compito di emettere tiepidi appelli alla calma e al rispetto della volonta’ popolare. La Lega Araba ha dal canto suo chiesto ‘a tutte le forze politiche, ai rappresentanti della societa’ tunisina e alle autorita’ del Paese di rimanere unite per il bene del popolo e per realizzare la pace civile’. L’unico Capo di Stato che ha ancora difeso il fuggiasco Ben Ali è stato il colonnello Gheddafi, da decenni ras incontrastato della Libia. Muammar Gheddafi ha espresso il suo dispiacere per la caduta del presidente tunisino Zine al Abidine Ben Ali in un’intervento alla tv e alla radio di Tripoli. Il colonnello ha aggiunto che continua a considerare Ben Ali "il legittimo presidente" della Tunisia, malgrado il Consiglio costituzionale di Tunisi abbia designato come successore ‘ ad interim’, il presidente del parlamento, Fuad Mebazaa. La fuga di Ben Ali ha aperto quasi tutti i notiziari e i giornali arabi. Al Jazira e Al Arabiya sono state le prime a dare notizia dell’arrivo del deposto presidente a Gedda. Il quotidiano algerino El Watan, uno dei maggiori del Paese maghrebino attraversato da analoghe proteste, ha salutato con entusiasmo "la formidabile rivoluzione democratica del popolo tunisino che ha spazzato via la sanguinaria dittatura di Ben Ali". Nell’editoriale si parla di "una lezione" per chi con "visione semplicista e accomodante" ritiene che i Paesi arabi "non siano pronti per la democrazia e che lo status quo sia una necessita’ assoluta per impedire agli islamici di accedere al potere". "La Tunisia e’ esplosa e il presidente e’ fuggito", ha titolato il giornale panarabo saudita Ash Sharq al Awsat. Un’altra testata panaraba, Al Hayat, ha titolato "Ben Ali si piega alla bufera e abbandona". Un atteggiamento di grande speranza verso una svolta democratica nelle autocrazie regionali è stato espresso anche da importanti media occidentali. l New York Times ha parlato di "una lezione ai leader arabi": "La rivolta in Tunisia ha elettrizzato la regione", annota il quotidiano della Grande Mela, e "i piu’ entusiasti sostengono che si tratta della Danzica araba", allusione alla citta’ portuale polacca da cui nel 1980 parti’ la rivolta di Solidarnosc che in un decennio avrebbe portato alla caduta del muro di Berlino. Un giudizio forse prematuro, annota il Nyt, ma e’ indubbio che la Tunisia offra "un nuovo modello di dissenso in una regione dove l’opposizione e’ stata monopolizzata dagli estremisti islamici".Anche Le Monde si chiede in un editoriale se si si vada verso "una primavera democratica araba". Per ora osserva come la fuga di Ben Ali segni la fine "dell’eccezione arabo-musulmana" nella caduta delle dittature che ha segnato la fine del ’900 nell’Europa orientale e in America latina. Ma siamo sicuri che dietro non ci sia la mano di Al Qaeda o dello stesso Iran per portare lentamente la guerra dall'Oriente al Mediterraneo, magari minacciando Israele fino a trascinarlo in un conflitto dall'esito incerto?
L'Egitto è nel caos ed i morti hanno già superato le cento unità, ma la rivolta non sembra in grado di rovesciare Mubarak, perché non è ancora pronta l'alternativa, che è una sola e si chiama El Baradei. Questione di giorni? El Baradei sta trattando con tutti, inclusi i Fratelli Musulmani che però resteranno sempre esclusi dal governo, soprattutto per la gestione degli Affari Esteri. E intanto pochi cittadini coscienziosi aiutano i militari a proteggere il loro passato, devastato dalla furia dell'ignoranza di chi non legge libri (o ne legge sempre e solo uno!). Dice un detto arabo "Cento anni di tirannia sono preferibili a un solo giorno di caos.". E come se non bastasse la benzina sul fuoco, nella polveriera araba sta per giungere una flotta iraniana. Sembra l'avvio di una permanenza illimitata (con basi siriane o in Libano) dell'Iran nel Mediterraneo. Una force de frappe micidiale. Ma la flotta deve ancora passare da Suez. Il gruppo navale che verrà inviato nel Mediterraneo, guidato dalla nuova fregata Jamaran (prima di una serie interamente Made in Iran) rappresenta una vera e propria provocazione militare nei confronti di Israele e un supporto militare ai movimenti Hezbollah e Hamas sostenuti con denaro e armi dall’Iran. A Gerusalemme si teme che l’invio della flotta costituisca solo il primo passo in vista dello schieramento di reparti terrestri e aeronautici iraniani in Libano, paese quest'ultim privo di una vera aeronautica militare, aumentando così i rischi di scontri con i jet israeliani che sconfinano regolarmente nei cieli libanesi per tenere sotto controllo gli arsenali di Hezbollah.
E se il mondo del web è in fermento, in Egitto ed in molti paesi arabi poco funziona, ma la cosa strana è che la Cina, chissà perchè, blocca @egypt su Twitter. Ma facciamo un passo indietro... Egitto 28 gennaio: il regime oscura web e sms. In Italia si vive ancora "sotto" i vecchi media, nonostante tutti abbiano profili facebook etc. In realtà in tutto il mondo è in atto la rivoluzione dei net-citizens. Partita dalla Cina, ha ora guidato e coordinato la rivolta tunisina e quella egiziana. Si basa su velocità di comunicazione, democrazia orizzontale. E' alternativa ai casseurs, alla violenza, alla concezione del partitismo come guerra per bande. Sta cercando nuovi contenuti basati su sussidiarietà, semplificazione, libero mercato. Grida il suo no sia allo statalismo sia ai monopoli delle imprese legate al potere. E' nata e si muove nella cultura orizzontale di internet contro quella verticale/piramidale dei poteri tradizionali (media, partiti magistratura, corporazioni). Gli scontri tra polizia e manifestanti hanno fatto anche una vittima: un poliziotto del reparto anti sommossa ha perso la vita in piazza Maidan al-Tahrir (Il Cairo), teatro di uno durissimo scontro nei pressi del Museo Egizio. Secondo le stime degli attivisti gli egiziani scesi in piazza per manifestare contro la mancanza di lavoro e il governo del presidente Hosni Mubarak sarebbero tra i 200 e i 300mila. Cifre esorbitanti per un paese come l'Egitto dove le manifestazioni antigovernative vengono di solito represse della forza di polizia. Secondo fonti d’informazione egiziana le manifestazioni hanno interessato varie zone del paese: Il Cairo, Alessandria ma anche città orientali come Port Said, Tantan, al-Mahala, Asiut, al-Bahira, al-Quium. I disordini hanno portato all’arresto di 600 persone
Contemporaneamente altri due Paesi arabi, Giordania e Yemen, già contagiati nei giorni scorsi dall'«effetto domino» avviato dalle rivolte in Algeria e Tunisia, sono stati teatro di manifestazioni antigovernative. Si è trattato di proteste non violente né vi sono stati, come in Egitto, saccheggi e assalti a edifici pubblici. In Giordania, come nei due venerdì precedenti, il 14 e il 21, migliaia di persone sono scese in strada nella capitale Amman e in altre città, chiedendo le dimissioni del governo di Samir Rifai, accusato di non aver preso provvedimenti adeguati per contenere l'aumento dei prezzi, e scandendo slogan di solidarietà con le popolazioni di Algeria, Tunisia, Egitto e Yemen. Con i dimostranti hanno sfilato e partecipato ai sit-in di protesta i principali sindacati e il maggior partito all'opposizione, il Fronte di Azione Islamica, organismo giordano dei Fratelli Musulmani, concordi nel ritenere insufficienti i provvedimenti annunciati dal governo per ridurre i prezzi e creare nuovi posti di lavoro. Diversa pare l'origine delle proteste nello Yemen. Qui nuove manifestazioni di protesta hanno paralizzato la capitale Sana'a, il porto di Aden e altre città. Gli yemeniti chiedono la fine del «regno» del presidente Ali Abdullah Saleh, dal 1978 alla guida dello Yemen del Nord e dal 1990, anno della fusione dei due Yemen del Nord e del Sud, presidente dello Stato unificato. Il suo mandato, il secondo, scade nel 2013 e la Costituzione gli impedisce di ricandidarsi per la terza volta. Ma sono in corso manovre per modificare la Carta costituzionale eliminando il limite dei due mandati, come hanno già fatto negli scorsi anni in Africa molti presidenti, tra cui quello algerino. Inoltre, a dicembre, il parlamento, grazie ai voti del Congresso Generale del Popolo, il partito di maggioranza, ha modificato la legge elettorale stabilendo che la Commissione suprema per le elezioni e i referendum non sia più composta da membri del parlamento ma da giudici scelti dal presidente Saleh tra quelli in carica a partire dal 9 dicembre 2010.
Tuttavia non è detto che il temuto «effetto domino» porti dappertutto a conseguenze estreme. I rischi maggiori di destabilizzazione, al di là di ciò che attualmente accomuna gli Stati africani e arabi in rivolta, si corrono in presenza dei tre fattori concomitanti che in Tunisia hanno determinato la caduta di Ben Ali. Il primo è la concentrazione della popolazione nei centri urbani. Le «rivolte del pane» e in generale le sommosse popolari, che si trasformino o meno in rivoluzione (o in colpo di Stato), si verificano nei grandi agglomerati urbani: non sono certo le popolazioni rurali a minacciare i regimi repressivi. Consapevoli di ciò, i governi post-coloniali hanno tentato di impedire l'esodo dalle campagne, ma hanno in gran parte fallito. Per riuscirci avrebbero dovuto investire in infrastrutture e servizi e invece, quasi ovunque, non solo hanno trascurato le campagne, ma ne hanno bloccato lo sviluppo, facendo razzia dei redditi rurali con istituti quali, ad esempio, le casse di stabilizzazione dei prezzi. Il secondo fattore di crisi è l'elevato tasso di scolarizzazione. Non c'è bisogno di dilungarsi sui suoi effetti: crea aspettative di promozione sociale nei Paesi africani e arabi delusi a causa della mancanza di posti lavoro, e fornisce insidiosi strumenti di conoscenza, comunicazione e discernimento. Il terzo fattore di crisi è una popolazione prevalentemente giovane: due terzi, anche tre quarti di giovani sotto i 30 anni, quelli che negli anni Novanta la sociologa camerunese Axelle Kabou, nel suo libro intitolato E se l'Africa rifiutasse lo sviluppo?, ha definito «una generazione oggettivamente privata di avvenire». Sono soprattutto i giovani scolarizzati residenti nelle città i protagonisti delle contestazioni che stanno facendo traballare regimi da decenni saldamente al potere, ma anche dei saccheggi e delle devastazioni. Fosse vero che realmente insorgono per dignità e libertà, oltre che per il pane. Sempre che le incognite Iran ed Al Qaeda non siano una pericolosa realtà nel dietro-le-quinte di queste rivolte.
E ora il Libano trema. Infatti moltissime ambasciate hanno inviato sms ai loro connazionali presenti in Libano invitandoli a lasciare il paese. Tra loro l’ambasciata degli Stati Uniti, dell’Arabia Saudita, della Giordania, quella francese e quelle di diversi Paesi arabi. La popolazione libanese sta vivendo vere e proprie ore di panico. I media monitorano tutto quello che avviene e circolano con sempre più insistenza voci che prevedono qualcosa di brutto nelle prossime 24/48 ore. Una fonte anonima del Dipartimento di Stato americano ha dichiarato che in base alle notizie in loro possesso Hezbollah si appresterebbe a prendere il potere con la forza in Libano e che questo potrebbe avvenire nelle prossime ore. Quello che sembra chiaro con sempre più evidenza è che la situazione in Libano sta precipitando velocemente verso la guerra civile. La forza di pace dell’Onu (UNIFIL 2) di stanza nel sud del paese è stata messa, con molta discrezione, in stato di massima allerta. Si temono attacchi contro i caschi blu. Israele ha alzato lo stato di allerta per le truppe del settore nord e ha messo in preallarme alcuni reparti di riservisti. Il tuto mentre la diplomazia internazionale sembra impotente a fare qualsiasi cosa che possa impedire che Hezbollah prenda il potere in Libano. E’ una vera e propria resa di fronte al terrorismo iraniano.
Insomma si allarga potenzialmente il fronte della rivolta islamica panaraba. Potrebbe prendere tutto il Maghreb con pericolose propaggini verso i Paesi Arabi la smania di rivolta dell’estremismo islamico scoppiata in Tunisia. Quella che era nata come una rivolta contro l’aumento dei prezzi dei beni essenziali si è trasformata, nel volgere di poco tempo, in una rivolta contro l’islam moderato. Ieri in Yemen migliaia di studenti sono scesi in piazza per invitare i popoli islamici a sollevarsi contro i propri governi rei, secondo loro, di non applicare con rigore la Sharia. Movimenti simili, anche se in misura ridotta, si sono avuti in Egitto, Marocco, Sudan e Algeria. L’Europa sembra essere completamente bloccata e spiazzata da questi eventi. Ieri la Ashton si è limitata a balbettare una condanna ma, come al solito, non è andata oltre. D’altra parte è nota a tutti la sua incapacità di condannare l’estremismo islamico. Non hanno fatto di più le altre cancellerie e neppure il Parlamento Europeo. L'Europa scivola verso un possibile scontro col mondo musulmano, cosa che per altro avviene da secoli, ma mostra imbarazzo ed impreparazione politica. Giorni fa avevo intuito che l'estremismo islamico avrebbe cercato di cavalcare la rivolta e che il rischio che questa operazione riuscisse era concreto. Ora i fatti, purtroppo, ci danno ragione. Desta particolare preoccupazione il tentativo di rivolta in Sudan dove gli studenti sono scesi in piazza non tanto per contestare Bashir quanto piuttosto per contestare la separazione del Sud Sudan cristiano. Alla luce di quanto sta avvenendo ci aspetteremmo dall’Europa un intervento più deciso verso quegli Stati che foraggiano le rivolte, perché è indubbio che dietro ai movimenti di rivolta sorti contemporaneamente in buona parte del Maghreb c’è una regia precisa. Secondo una fonte egiziana sarebbe il caso di puntare l’attenzione su Siria e Turchia che più di una volta hanno finanziato i gruppi terroristici tunisini e algerini, mentre in Yemen dietro alle proteste studentesche contro Ali Abdallah Saleh, ci sarebbero i movimenti sciiti finanziati da Teheran. Continuare a chiudere gli occhi di fronte a quanto sta avvenendo nel mondo arabo potrebbe essere estremamente pericoloso. L'Europa e l'Occidente in realtà sono bloccati tra una imbarazzante attesa e una falsa speranza di democratizzazione alla occidentale. Ma non è solo il Medio Oriente ad infiammarsi. I musulmani non moderati albergano ormai un po' ovunque, anche nella vicina e libera Albania, ove opposizione e governo si sono scambiati accuse reciproche di responsabilità sulle vittime degli scontri di venerdì ed entrambi i leader hanno promesso nuove manifestazioni. In seguito agli scontri di Tirana, il Parlamento albanese ha approvato l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta sugli atti di violenza e sul tentativo di rovesciamento dell'ordine costituzionale.
Tunisia a parte, i maggiori focolai di rivolta si sono accesi in Yemen, in Egitto e in Giordania, quest’ultima giudicata dai più la prossima piazza pronta ad esplodere. A questo aggiungiamo le voci su future sollevazioni in Arabia Saudita e in alcuni Paesi del Golfo. Nessuno di questi paesi è una democrazia, per cui i buonisti tendono a credere che queste rivolte (in corso o previste) portino all’instaurazione di un sistema democratico ed equo. E’ un errore. I Paesi interessati dalle rivolte non hanno la colpa di non essere una democrazia o di accentuare le differenze sociali, questo avviene in tutti i Paesi arabi e musulmani, no, questi Paesi hanno la colpa di essere considerati alleati del "grande satana", cioè degli Stati Uniti. Addirittura per l’Egitto e la Giordania c’è l’aggravante di aver firmato un trattato di pace con Israele. Questa è la realtà. Evitiamo la trappola di credere che una volta fatti cadere gli attuali regimi si instaurerà una democrazia. Le parole "democrazia e Diritti" non sono compatibili con la parola "Islam" . Caduti questi regimi se ne instaureranno altri a forte connotazione islamica e per la gente non cambierà niente. Cambierà solo l’elite che però continuerà a godere di tutti i privilegi di cui gode quella attuale. Se ciò dovesse avvenire, come in molti si augurano, cambieranno radicalmente gli scenari geopolitici in Medio Oriente e non cambieranno certamente in meglio. Se l’islam radicale dovesse prendere il potere in Egitto o in Giordania, Israele si vedrebbe costretta a rivedere le sue impostazioni di difesa concentrando la sua attenzione su nuovi fronti. Già in queste ore molti militari dell’IDF sono stati spostati lungo il confine con l’Egitto per evitare infiltrazioni terroristiche che fino a ieri erano filtrate abbastanza bene dai militari egiziani. Non solo. Prevedibilmente Hamas approfitterà di quello che accade in Egitto per potenziare i suoi arsenali attraverso le centinaia di tunnel che corrono sotto il confine tra Gaza e l’Egitto. E’ uno scenario che i Fratelli Musulmani e i loro alleati, a partire dalla Turchia, sognano da tempo. Qualcuno sostiene che il Premio Nobel per la pace, El-Baradei, possa guidare una transizione pacifica e laica tra Mubarak e il regime che verrà. E’ un altro errore. El-Baradei, ex capo dell’Agenzia Atomica Internazionale, è colui che ha permesso all’Iran di arrivare a un passo dalla bomba nucleare e che nella sua azione politica viene attivamente supportato dai Fratelli Musulmani. All’apparenza non sembra un estremista ma è certamente un uomo molto vicino alle posizioni di Ankara e degli stessi Fratelli Musulmani. Credere quindi che El-Baradei possa fare il bene dell’Egitto è puro eufemismo. Diventerebbe ben presto una marionetta nelle mani di chi tira veramente i fili.
Insomma io credo che stiamo camminando nel silenzio e nell'oscurità più totale verso un pericoloso (dis)equilibrio mediorientale, una situazione facilmente esplosiva che potrebbe portare sull'orlo del baratro di una spaventosa guerra tra molte nazioni, su tutti il blocco occidentale e quello islamo-comunista, un pericoloso mix che potrebbe aprire le porte al baratro.
Fonti:
http://blog.panorama.it/mondo/2011/01/28/nella-polveriera-del-mediterraneo-arriva-la-flotta-iraniana/
http://lapulcedivoltaire.blogosfere.it/esteri/
http://newsnelweb.com/lincendio-della-tunisia-infiamma-i-paesi-arabi/
http://www.ragionpolitica.it/cms/index.php/201101293890/africa/egitto-giordania-yemen-la-rivolta-si-allarga.html
http://www.watchinternational.org/
http://esteri.liquida.it/focus/2011/01/22/albania-scontri-e-guerriglia-contro-il-governo/
http://candidonews.wordpress.com/
http://www.secondoprotocollo.org/?p=2244
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